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L’unica dieta sostenibile

George Monbiot, The Guardian, Regno Unito
(tradotto e pubblicato su Internazionale 1255)

In un futuro prossimo la produzione industriale di carne potrebbe causare nuove carestie.
Per questo dovremmo cambiare le nostre abitudini alimentari

 

La Brexit, i miliardari che distruggono la democrazia, la prossima crisi finanziaria, un presidente canaglia negli Stati Uniti: niente di tutto questo mi tiene sveglio la notte. Non che non me ne importi, m’importa eccome. È solo che ho in mente una domanda più grande. Da dove verrà il cibo? Entro la metà di questo secolo ci saranno altri due o tre miliardi di persone sulla Terra. Una qualsiasi delle questioni che sto per elencare potrebbe contribuire a provocare una carestia di massa. E non sto neanche prendendo in considerazione l’ipotesi di una loro possibile interazione.

Il problema comincia dove tutto comincia: il terreno. La famosa previsione delle Nazioni Unite secondo cui, se l’erosione del terreno continuerà a questo ritmo, al mondo restano ancora sessant’anni di raccolti, sembra essere supportata da nuovi dati. In parte a causa dell’impoverimento del suolo, i raccolti stanno già diminuendo nel 20 per cento dei terreni coltivabili di tutto il mondo.

Poi c’è l’acqua. In posti come le pianure della Cina settentrionale, gli Stati Uniti centrali, la California e l’India nordoccidentale i livelli delle falde acquifere usate per irrigare le colture stanno già raggiungendo un punto critico. Dalla falda acquifera del Gange superiore, per esempio, l’acqua è attualmente sottratta a un ritmo cinquanta volte superiore alla sua capacità di recupero. Entro il 2050, tuttavia, per soddisfare la crescente domanda di cibo i contadini dell’Asia meridionale useranno tra l’80 e il 200 per cento di acqua in più. Da dove verrà?

 

proteine

 

Il vincolo successivo sono le temperature. Secondo uno studio, se tutti gli altri parametri resteranno uguali, ogni grado di riscaldamento del pianeta farà diminuire del 3 per cento il raccolto globale di riso, del 6 per cento quello di grano e del 7 per cento quello di mais. E queste potrebbero essere stime ottimistiche. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Agricultural & Environmental Letters, un riscaldamento di quattro gradi nelle aree agricole del nordest degli Stati Uniti potrebbe far diminuire i raccolti di mais tra l’84 e il 100 per cento. Le temperature notturne più alte infatti interrompono l’impollinazione. Questa, però, è solo una delle componenti della probabile crisi dell’impollinazione. Al resto ci penserà l’apocalisse degli insetti provocata dalla difusione globale di pesticidi poco testati. Già oggi in alcune parti del mondo le piante devono essere impollinate dagli esseri umani. Questo però è sostenibile solo per le colture più costose.

Ci sono poi i fattori strutturali. Dato che tendono a usare più manodopera, a far crescere un maggior numero di colture e a lavorare la terra con più attenzione, i piccoli agricoltori di solito coltivano una quantità maggiore di cibo per ettaro. Nelle regioni più povere del mondo i proprietari di terreni di estensione inferiore ai cinque ettari possiedono il 30 per cento dei terreni coltivabili, ma producono il 70 per cento del cibo. Dal 2000 i grandi proprietari terrieri si sono impadroniti di un’area di terreno fertile grande due volte il Regno Unito, assorbita da enormi aziende che di solito producono colture destinate all’esportazione, non il cibo di cui hanno bisogno i più poveri.

Mentre sulla terraferma si veriicano questi molteplici disastri, i mari vengono setacciati per catturare qualunque cosa che non sia plastica. Ma nonostante gli sforzi sempre più grandi, il pescato globale diminuisce dell’1 per cento all’anno, e la popolazione di pesce crolla. All’accaparramento globale delle terre corrisponde un accaparramento dei mari altrettanto globale: i pescatori più piccoli sono scacciati dalle grandi aziende, che esportano pesce a vantaggio di chi ne ha meno bisogno ma è disposto a pagare di più. Circa tre miliardi di persone dipendono in larga misura dalle proteine ricavate dal pesce o dai crostacei. Da dove le prenderanno?

Con l’aumento dei redditi, la dieta delle persone tende a preferire le proteine animali a quelle vegetali. La produzione mondiale di carne è quadruplicata in cinquant’anni, ma il consumo medio globale è ancora solo la metà rispetto a quello del Regno Unito e appena un terzo rispetto a quello degli Stati Uniti. A causa delle abitudini alimentari dei britannici l’impronta agricola del Regno Unito (la terra necessaria a soddisfare la domanda) è di 2,4 volte più grande delle sue terre coltivate. Se tutti aspireranno a mangiare una simile quantità di carne, come faremo a far quadrare i conti?

Gli allevamenti di bestiame sono uno spreco agghiacciante. Il 36 per cento delle calorie coltivate sotto forma di cereali e legumi è usato per nutrire animali da allevamento. Due terzi di questo cibo vanno dispersi nella conversione dalla pianta all’animale. Un grafico prodotto da Our world in data suggerisce che in media servono 0,01 metri quadrati di terreno per produrre un grammo di proteine tratte da piselli o fagioli, e 1 metro quadrato per produrre la stessa quantità di proteine da ovini o bovini. È vero che gran parte dei terreni da pascolo occupati dal bestiame non possono essere usati per l’agricoltura. Ma potrebbero sostenere la fauna selvatica e gli ecosistemi. Invece le paludi vengono boniicate, gli alberi abbattuti e le piantine appena germinate brucate, i predatori sterminati, gli erbivori selvatici esclusi dalle recinzioni e altre forme di vita gradualmente cancellate man mano che i sistemi di pascolo s’intensiicano. Posti straordinari come le foreste pluviali del Madagascar e del Brasile vengono rasi al suolo per fare spazio ad altro bestiame. Una transizione globale al consumo di carne vuol dire sottrarre cibo ai più poveri e il collasso ecologico di quasi tutto il pianeta. Il cambiamento di dieta sarebbe dificile da sostenere anche se la popolazione umana non dovesse crescere. Ma più aumenteranno gli abitanti del pianeta, più aumenterà la fame provocata dal consumo di carne. Prendendo come riferimento il 2010, le Nazioni Unite prevedono che il consumo di carne aumenterà del 70 per cento entro il 2030 (a un ritmo tre volte superiore all’aumento della popolazione). In parte anche per questo motivo, la domanda globale di colture potrebbe raddoppiare entro il 2050 (rispetto al 2005). E non c’è abbastanza terra.

 

carne

 

Incubi quasi reali

Quando dico che tutto questo non mi fa dormire la notte, non scherzo. Sono ossessionato da visioni di persone che muoiono di fame e che cercano di scappare da grigi deserti mentre poliziotti armati le colpiscono alle spalle. Vedo gli ultimi ecosistemi ricchi spegnersi, gli ultimi esponenti della megafauna globale – leoni, elefanti, balene e tonni – svanire per sempre. E quando mi sveglio non posso rassicurarmi dicendomi che è stato solo un brutto sogno.

Altre persone fanno sogni diversi: una frenesia alimentare che può andare avanti all’ininito, la favola di conciliare una continua crescita economica e un mondo vivente. Se il genere umano precipiterà verso un crollo sociale, la colpa sarà di questi sogni.

Non esistono risposte facili, ma il passaggio da una dieta animale a una basata sulle piante è cruciale. Se tutti gli altri parametri restano gli stessi, smettendo al tempo stesso di produrre carne e di coltivare biocarburanti si potrebbero produrre calorie suicienti per altri quattro miliardi di persone e raddoppiare le proteine disponibili per il consumo umano. La carne artiiciale sarà di aiuto: secondo una ricerca potrebbe ridurre il consumo di acqua almeno dell’82 per cento e il consumo di terra del 99 per cento. La prossima rivoluzione verde non somiglierà all’ultima. Avverrà ripensando il modo in cui usiamo la terra e perché. Possiamo farlo. O forse, pur di non cambiare dieta, saremo disposti a far morire di fame masse di gente? u gim

 

L’Autore
George Monbiot è un giornalista e scrittore britannico.
Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Selvaggi. Il rewilding della terra, dei mari e della vita umana (Piano B 2018).

 

 

 

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